Padova, 84 trapianti di rene con il programma DEC-K
27/08/2026
Trentaquattro catene di scambio hanno permesso di eseguire 84 trapianti di rene grazie al programma italiano DEC-K, sviluppato a partire da un'intuizione nata a Padova. I risultati dei primi sei anni del progetto, che integra donazione da vivente e donazione da donatore deceduto, sono stati pubblicati sulla rivista scientifica internazionale American Journal of Transplantation. Il modello punta ad aumentare le possibilità di intervento soprattutto per i pazienti che presentano particolari difficoltà nel trovare un organo immunologicamente compatibile.
Un rene da donatore deceduto avvia la catena di trapianti
DEC-K, acronimo di Deceased Donor Initiated Kidney Paired Exchange, utilizza un meccanismo differente rispetto ai tradizionali programmi di scambio tra coppie incompatibili. Un rene proveniente da un donatore deceduto viene utilizzato per avviare una catena nella quale entrano coppie formate da un paziente che necessita del trapianto e da un donatore vivente disponibile, ma incompatibile con il proprio ricevente.
Attraverso gli abbinamenti tra coppie differenti, ogni donatore può offrire il proprio rene a un paziente compatibile appartenente a un altro nucleo. Al termine del percorso, l'ultimo rene donato da vivente viene destinato alla lista d'attesa, mantenendo così un equilibrio tra il programma di scambio e il sistema generale dei trapianti.
L'idea è stata sviluppata da Lucrezia Furian, professoressa dell'Università di Padova e direttrice della UOC Chirurgia dei trapianti di rene e pancreas dell'Azienda Ospedale Università Padova. Dopo la fase iniziale al Centro Trapianti padovano, il protocollo è stato esteso su scala nazionale attraverso la collaborazione con il Centro Nazionale Trapianti e con numerosi centri italiani.
In sei anni 34 catene e una media di 2,5 trapianti ciascuna
I dati analizzati nello studio mostrano che 34 catene DEC-K hanno prodotto complessivamente 84 trapianti, con una media di circa 2,5 interventi per ogni catena attivata. I risultati clinici osservati nel lungo periodo sono descritti come comparabili a quelli ottenuti attraverso il tradizionale trapianto da donatore vivente.
Lo studio, del quale Furian è ultima autrice, rappresenta la prima analisi mondiale a lungo termine di un programma nazionale di kidney paired donation avviato utilizzando un organo proveniente da un donatore deceduto.
Il sistema può assumere particolare rilevanza per i pazienti definiti immunologicamente complessi, per i quali individuare un donatore compatibile attraverso i percorsi ordinari può richiedere tempi più lunghi. La possibilità di creare catene con più donatori e riceventi amplia infatti il numero degli abbinamenti potenzialmente disponibili.
Un modello nato a Padova e diventato strategia nazionale
Secondo Furian, il programma è stato costruito attraverso l'integrazione tra ricerca scientifica, innovazione organizzativa e attività clinica. La collaborazione tra professionisti e strutture differenti ha consentito di trasformare l'esperienza avviata a Padova in un modello applicabile sull'intero territorio nazionale.
La professoressa sottolinea inoltre la possibilità di utilizzare questo approccio per ampliare il numero dei pazienti candidabili al trapianto e ridurre i tempi di attesa, sfruttando in maniera più efficiente gli organi e le disponibilità dei donatori viventi.
La carenza di organi rimane uno dei principali problemi affrontati dai sistemi trapiantologici. Il programma DEC-K introduce una modalità aggiuntiva per utilizzare le risorse disponibili, collegando la rete delle donazioni da persone decedute con quella degli scambi tra donatori viventi. Un'esperienza partita dal Centro Trapianti di Padova e sviluppata poi con il Centro Nazionale Trapianti, che i risultati pubblicati ora permettono di valutare su un arco temporale di sei anni.
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Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to