Mose, studio Unipd: evitabile il 30% delle chiusure a Venezia
23/07/2026
Circa il 30% delle chiusure del Mose effettuate tra il 2020 e il 2023 avrebbe potuto essere evitato senza superare le soglie di sicurezza previste per Venezia, Burano, Chioggia e gli altri centri lagunari. È il risultato di uno studio coordinato dall’Università di Padova e pubblicato sulla rivista scientifica Nature Water, che propone una gestione più selettiva delle barriere mobili.
Analizzati 69 eventi di acqua alta
I ricercatori hanno ricostruito attraverso modelli numerici tutti i 69 eventi di chiusura avvenuti nel quadriennio esaminato. Le simulazioni hanno riprodotto la propagazione della marea, le correnti interne alla laguna e l’effetto del vento sui livelli dell’acqua.
Sono stati confrontati tre scenari: le bocche di porto sempre aperte, la gestione del Mose realmente adottata e una strategia alternativa denominata AThOS. Quest’ultima è stata progettata per ridurre il numero e la durata delle chiusure, mantenendo i livelli lagunari entro i limiti fissati per proteggere i centri abitati.
Secondo le simulazioni, una ventina di sollevamenti su 69 avrebbe potuto essere evitata. La durata annuale complessiva delle chiusure è risultata mediamente superiore al doppio del tempo ritenuto strettamente necessario dal modello per garantire la protezione urbana.
L’analisi è stata condotta retrospettivamente, utilizzando dati già disponibili. I risultati non comprendono quindi le incertezze che caratterizzano una gestione operativa basata sulle previsioni meteorologiche e marine in tempo reale.
Le chiusure riducono i sedimenti sulle barene
Dal 2020 il Mose protegge Venezia dalle maree più sostenute limitando l’ingresso dell’acqua attraverso le bocche di porto. Il sollevamento delle paratoie modifica però anche il trasporto dei sedimenti verso le barene, superfici vegetate che vengono periodicamente sommerse.
Questi ambienti ospitano numerose specie, accumulano carbonio e contribuiscono ad attenuare il moto ondoso. Durante le alte maree e le mareggiate, i sedimenti provenienti dai bassifondali si depositano sulle barene, permettendo loro di crescere in altezza e reagire all’innalzamento del mare.
Con la gestione adottata nel periodo analizzato, la superficie di barena raggiunta dall’acqua si è ridotta mediamente del 27,5% rispetto allo scenario con le bocche sempre aperte. In alcuni eventi la diminuzione ha superato il 75%, mentre la profondità media dell’acqua sulle barene è scesa di circa il 45%.
Accrescimento verticale ridotto di 2,6 millimetri l’anno
La minore sommersione ha determinato una riduzione del 32% nell’accumulo dei sedimenti. Per le barene ciò corrisponde a una perdita media di crescita verticale stimata in 2,6 millimetri all’anno, con un margine di variazione di 1,9 millimetri.
Il dato assume rilievo perché l’ecosistema lagunare deve confrontarsi con un innalzamento relativo del livello marino compreso tra 4 e 5 millimetri all’anno. Se le barene non ricevono materiale sufficiente, la loro capacità di adattarsi alla crescita del mare può diminuire.
Applicando AThOS agli eventi del periodo 2020-2023, la riduzione della superficie di barena sommersa sarebbe scesa dal 27,5% al 2,9%. La sedimentazione sarebbe aumentata del 19% rispetto a quella osservata, recuperando mediamente circa 1,3 millimetri annui di crescita verticale.
Una gestione aggiornata attraverso dati e previsioni
Andrea D’Alpaos, professore del Dipartimento di Geoscienze e coordinatore della ricerca, ha rilevato una progressiva evoluzione nella gestione del sistema. Nel 2023, durante le chiusure, i livelli mantenuti all’interno della laguna sono risultati generalmente più elevati rispetto ai primi anni di esercizio.
Si è ridotta anche la differenza tra i livelli indicati dal sistema di allerta e quelli effettivamente osservati. Secondo i ricercatori, questi elementi possono segnalare un affinamento delle procedure, pur mantenendo la protezione dalle inondazioni come priorità.
Lo studio propone quindi di valutare con maggiore precisione quando il sollevamento delle paratoie sia necessario e per quanto tempo debba essere mantenuto. L’obiettivo è proteggere il patrimonio urbano di Venezia limitando gli effetti sull’equilibrio morfologico della laguna.
Alla ricerca hanno collaborato i Dipartimenti di Geoscienze, Territorio e Sistemi Agro-Forestali e Ingegneria Civile, Edile e Ambientale dell’Università di Padova, insieme a Ispra e all’Università di Southampton.
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