Infarto, studio di Padova: meno sanguinamenti con terapia ridotta
02/09/2026
Ridurre a un solo mese la doppia terapia antiaggregante dopo un infarto può diminuire di circa il 50% il rischio di sanguinamenti maggiori nei pazienti adeguatamente selezionati e sottoposti a una rivascolarizzazione completa delle lesioni coronariche realmente pericolose. È il risultato del nuovo studio coordinato dal gruppo guidato da Giuseppe Tarantini, professore di Malattie dell’apparato cardiovascolare dell’Università di Padova e direttore della UOSD di Cardiologia interventistica dell’Azienda Ospedale Università di Padova. La ricerca ha coinvolto circa 4 mila pazienti ed è stata presentata come Late-Breaking Clinical Trial al congresso della Società Europea di Cardiologia.
Lo studio coinvolge circa 4 mila pazienti
La nuova ricerca amplia i risultati ottenuti dal gruppo padovano in un precedente lavoro pubblicato sul New England Journal of Medicine. Questa volta l’analisi è stata estesa a una popolazione di circa 4.000 persone, includendo pazienti provenienti sia dai Paesi occidentali sia dall’Asia orientale.
I risultati sono stati presentati davanti agli specialisti riuniti al congresso della Società Europea di Cardiologia e pubblicati sull’European Heart Journal, una delle principali riviste scientifiche internazionali dedicate alla ricerca cardiovascolare.
Al centro dell’indagine c’è un approccio personalizzato alla gestione del paziente colpito da infarto, basato sulla valutazione dell’intero sistema coronarico anziché sulla sola arteria responsabile dell’evento acuto.
Trattare solo le stenosi che possono provocare ischemia
Durante un infarto, il primo obiettivo resta riaprire rapidamente l’arteria responsabile attraverso l’angioplastica. Molti pazienti presentano però restringimenti anche in altre coronarie, e la strategia studiata dal gruppo di Padova prevede di stabilire quali di queste lesioni abbiano un reale significato emodinamico.
Vengono quindi trattate le stenosi capaci di ostacolare in maniera significativa il flusso sanguigno e provocare ischemia, puntando a ottenere una rivascolarizzazione completa ma selettiva. L’obiettivo è ridurre la probabilità di nuovi eventi cardiovascolari evitando contemporaneamente procedure sulle lesioni che non richiedono un intervento.
Una volta raggiunto un livello adeguato di protezione dal rischio ischemico, diventa possibile intervenire anche sulla durata della terapia farmacologica prescritta dopo l’impianto degli stent.
Doppia terapia antiaggregante ridotta a un mese
Tradizionalmente, dopo un’angioplastica coronarica con impianto di stent, i pazienti possono essere sottoposti per diversi mesi a una doppia terapia antiaggregante, utilizzata per ridurre il rischio di formazione di trombi e nuovi eventi ischemici.
I dati presentati dal gruppo padovano indicano che nei pazienti opportunamente selezionati, dopo una rivascolarizzazione considerata ottimale, la doppia terapia può essere limitata a un mese, per proseguire successivamente con una strategia farmacologica meno intensa.
Secondo i risultati dello studio, questa modalità non determina una perdita della protezione contro gli eventi ischemici e permette contemporaneamente di ottenere una riduzione di circa il 50% dei sanguinamenti maggiori.
Risultati confermati anche nei pazienti dell’Asia orientale
L’estensione dell’analisi a popolazioni geograficamente differenti rappresenta uno degli elementi rilevanti della nuova ricerca. I risultati sono stati confermati infatti sia tra i pazienti occidentali sia tra quelli dell’Asia orientale, rafforzando la possibilità che la strategia possa trovare applicazione su scala internazionale.
Il percorso individuato prevede quindi due passaggi coordinati: trattare le lesioni coronariche realmente responsabili di un rischio ischemico e, una volta ottenuta una protezione adeguata, evitare di mantenere una terapia antiaggregante più intensa per un periodo superiore al necessario.
Secondo Tarantini, il risultato consolida il ruolo della Cardiologia interventistica di Padova nella ricerca cardiovascolare e conferma il valore dell’integrazione tra assistenza clinica, ricerca scientifica, formazione e innovazione terapeutica. I dati potranno inoltre contribuire al dibattito scientifico sulle future raccomandazioni internazionali per la gestione dei pazienti dopo un infarto.
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